Francesca Reggidori  attualmente residente in Francia è una missionaria con alle spalle numerose esperienze in varie parti del Mondo. Il suo amore per la scoperta di nuove culture ma soprattutto la sua voglia di aiutare gli altri e rendersi utile in ogni circostanza l’hanno sempre accompagnata in tutti i suoi viaggi e in particolar modo nella sua esperienza in Kenya con i bambini di strada.

Cosa ti ha spinto a fare volontariato nella vita?

Credo proprio che l’inizio di tutto siano stati gli Scout e tutti i bei valori che stai vivendo anche tu. L’articolo 3 della Legge Scout cita: “La Guida e lo Scout si rendono utili e aiutano gli altri”, ti dovrebbe suonare familiare, a forza di ripeterlo e di viverlo mi è rimasto dentro e avevo voglia di metterlo in atto in situazioni diverse e più ampie e non solo nell’ ambito dello scoutismo. Questo, aggiunto al mio grande amore per la scoperta di nuove culture e tradizioni, ha fatto accendere in me la scintilla.

 Come si realizza il passo successivo, ovvero come si diventa volontari?

Dalla scintilla a diventare volontario il passo non è sempre facile in primo luogo perché è molto difficile decidere di partire e lasciare per un po’ la propria famiglia e gli amici ed in più c’è la ricerca di un’associazione e di un progetto e il tempo per mettere da parte i soldi per il viaggio.Quindi eccomi con questa voglia di partire e il non sapere da dove cominciare.Ci sono vari modi di fare volontariato ma in ogni caso si comincia con una grande ricerca su internet tra le tante associazioni che operano in tutti i Paesi del mondo. Ci si mette in contatto con l’ associazione e dopo un  corso preparatorio più o meno lungo ( dipende da dove vuoi andare e quanto tempo vuoi rimanere nel luogo) e a volte una selezione, rimane solo l’aereo da prendere.  Tra i vari modi di fare volontariato ci sono il volontariato “semplice” dove parti per  partecipare a un progetto a tue spese (solitamente viaggio e in alcuni casi vitto e alloggio) e i progetti più strutturati come il Servizio Civile  o il Servizio Volontario Europeo (e altri dispositivi) dove partecipi a una selezione e durante il tuo periodo all’Estero hai un piccolo rimborso spese.

Parlando della tua esperienza in Kenya  sognavi da tempo di poter partire per una missione di questo genere oppure ti è stato proposto?  


La prima volta sono partita per il Kenya nel 2006 con il comitato soci COOP di Camucia, grazie a Simona Lunghi la quale era al corrente del mio desiderio di partire, e una volta liberato un posto nell’associazione in due settimane ho fatto tutti i vaccini e… via! Una bellissima prima esperienza alla scoperta di una tribù, i Luo che ci ha accolto come se facessimo già parte della loro famiglia, è stata una bellissima esperienza troppo corta per i
miei gusti, solo tre settimane. Sono ritornata a casa con la conferma che era quello che volevo fare e che dovevo trovare un modo per farlo. Un anno dopo una mia amica di università ha espresso la stessa voglia e ci siamo messe a cercare insieme su internet tra le varie associazioni. Alcune troppo vaghe nei loro progetti, altre con prezzi di viaggio e soggiorno molto alto, ed ecco che capitiamo sull’ associazione ” L’Africa Chiama” di Fano. Loro organizzano due o tre volte all’anno dei corsi di preparazione al volontariato che durano un weekend dove spiegano tutti i loro progetti e un sacco di informazioni sull’Africa così abbiamo deciso di partecipare per poi partire.

E’ stata una delle tue prime missioni oppure avevi già esperienza in campo missionario?

Oltre alle 3 settimane nel 2006 ero stata con il clan in Kosovo nel dopoguerra, un campo di servizio e di animazione delle giornate dei bambini che rimanevano soli nei pascoli con le mucche.. ma credo di poter considerare quella del 2007 come la mia vera prima esperienza in campo missionario.

Quali sono state le tue prime emozioni/ impressioni sulle condizioni dei bambini e della loro vita?

La cosa che mi ha più colpito in assoluto all’inizio è che per quanto avessi partecipato alla formazione e mi fossi molto documentata  prima di partire, quando ho visto con i miei occhi, tutto è diventato improvvisamente reale. Le fogne a cielo aperto, i neonati che giocano nel fango, le mosche, gli odori, i bambini vestiti di stracci, una realtà che non fa parte del ” nostro mondo”, della nostra cultura e che sembra così lontana se la guardiamo in televisione, diventa in un batter di ciglia la tua realtà. Quasi subito tutti gli aspetti negativi vengono sormontati dai sorrisi e dalla  generosità l’esempio che ti danno ogni giorno le persone. Le emozioni formano un turbine dentro, la rabbia verso tutti quelli che fanno finta di non vedere, l’amore verso queste persone che vivono e ci insegnano a vivere in condizioni per noi non umane, ci insegnano ogni giorno che la vera lotta è quella per la vita e non quella per il telefonino più bello o la macchina più grossa.

Che cosa facevi durante le tue giornate per aiutare i bambini?

La parola aiutare non è quella più adeguata, è piuttosto un ” fare con”  loro, esserci per loro e ascoltarli nelle loro necessità fisiche e non.  I bambini accolti nel centro dove passavo le giornate erano bambini che vivevano in strada, tra i cinque e i venti anni. Si potrebbe pensare che siano tutti orfani ma non è così, spesso hanno una famiglia e se ne sono andati per lasciare un po’ di spazio e viveri in più ai fratelli più piccoli, o se ne sono andati per scappare da una situazione familiare violenta, ma alcuni semplicemente scappano di casa per farsi la propria vita con le proprie regole e poi, quando si rendono conto che la vita in strada non è più semplice è troppo difficile tornano indietro. In strada spesso subiscono violenze e abusi dai più forti o da adulti che approfittano della loro debolezza e solitudine e cominciano a sniffare la colla per “non sentire” il freddo e la fame. L’obiettivo del centro è di fargli passare la giornata in un luogo sicuro, dove possono lavarsi, avere un pasto caldo, e imparare a seguire una vita con delle regole, imparare a sognare un futuro. Per questo durante la mattina facevamo un po’ di matematica, inglese, kiswaili (la lingua locale) per capire a che livello di scuola erano arrivati e se era possibile reinserirli  a scuola o in una formazione professionale e lavoravamo con loro nel campo e nella fattoria dei maiali, perché imparassero un mestiere e la costanza nella cura delle cose. Dopo pranzo di solito facevamo attività artistiche o una bella partita di calcio perché in fondo la cosa che manca di più a tutti questi bambini e ragazzi è vivere come dei bambini.

Con chi hai lavorato in questa missione, tuoi amici o conoscenti oppure persone che hai conosciuto al momento?

In questa missione la mia amica ha deciso all’ultimo momento di non partire più e son partita da sola quindi ho conosciuto tutti gli altri volontari italiani e Kenioti all’arrivo nella baraccopoli.

Quali insegnamenti, emozioni e impressioni ti porti dietro da questa esperienza?

Credo che da allora e grazie anche a tutte le realtà che ho visto in seguito mi sono sempre sentita profondamente fortunata di essere nata in questa parte del mondo ma anche in colpa perché se ci sono dei popoli, dei bambini, degli innocenti che vivono cosi è perché i paesi ricchi li hanno e stanno continuando a sfruttare per mantenere il proprio tenore di vita. Non è giusto che l’ 80 percento della popolazione mondiale viva con meno di 1 euro al giorno e noi siamo qui a diventare obesi, bisogna fare qualcosa e ci vuole molto meno spreco meno consumismo e più solidarietà!
Ho imparato che la cosa più importante della vita è la vita stessa e che, poiché non hai problemi di sopravvivenza, quelli che credevi essere problemi, non esistono, ho imparato a ridimensionare l’importanza che davo alle cose futili.
Ho imparato che lamentarsi non serve a niente ed è piu efficace tirarsi su le maniche e darsi da fare perché il mondo vada nella giusta direzione.
Non è che abbia imparato tutto queste cose in Kenya, è ovvio che sono cose che si sanno, ma diciamo che questa come altre esperienze mi hanno dato la giusta motivazione per metterle in pratica e testimoniare che è possibile.

au revoir Francesca